Spiritualità: il lato dimenticato dello yoga?

Lo yoga antico, focalizzato su spiritualità e rituali, si è evoluto in una pratica molto fisica e spesso commerciale. Oggi, molti praticanti cercano benefici fisici, trascurando la spiritualità originale.

Ritrovare la spiritualità nello yoga moderno

Anche se nella mia vita ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti di yoga meravigliosi che portano avanti in modo autentico e appassionato tradizioni e lignaggi diversi, che oggi questa disciplina abbia perso molta della sua spiritualità a favore di un approccio più “business” è purtroppo evidente. Personalmente trovo che questo sia particolarmente lampante sui social, dove gli asana – le posture dello yoga – sono spesso più un esercizio di stile di un corpo perfetto che uno dei rami dello yoga che il mitico Patanjali annovera tra i requisiti per raggiungere il Samadhi, l’unione con il sé. Tante volte mi è capitato di chiedermi: ma questo è yoga o qualcosa di più simile ad un esercizio acrobatico o di ginnastica artistica?

Niente di male — muoversi fa bene, sempre e comunque. Ma lo yoga antico era un’altra cosa. In primis una pratica interiore, spirituale, esistenziale. Un vero viaggio del sé verso il Sé.

Un salto nel passato: lo yoga prima dei leggings

Molto prima dei tappetini in gomma e dei corsi in palestra, lo yoga nasceva come disciplina sacra. I primi riferimenti compaiono nei Veda, i testi sacri più antichi dell’India (circa 1500-1000 a.C.). In particolare, l’Inno dei Keśin nel Ṛg Veda descrive saggi erranti, dai capelli arruffati, che vivevano in comunione con la natura e con il mistero dell’universo e probabilmente non facevano warrior II. 

A seguire, arrivano le Upanishad (circa 800-300 a.C.), testi poetico-filosofici che parlano di unità tra il sé individuale (ātman) e il Sé cosmico (brahman). 

Il manuale più famoso? Gli Yoga Sūtra di Patañjali, scritti intorno al II sec. a.C.: un vero vademecum per l’evoluzione della coscienza. E sorprendentemente ma forse non troppo: solo uno dei 196 sutra parla degli asana come li intendiamo oggi.

 Lo yoga come stile di vita (non solo ginnastica)

Nei Sutra, Patañjali descrive l’ottuplice sentiero dello yoga, gli ashtanga. Un percorso che parte da Yama e Niyama (valori etici e autodisciplina), passa da asana e pranayama, e culmina in meditazione, concentrazione e illuminazione. 

Ma allora… come siamo finiti a pensare che yoga = stretching?

Yoga moderno: tra marketing e spiritualità light

Nel corso del Novecento, con la globalizzazione e l’arrivo dei maestri in Occidente (da Krishnamacharya a Iyengar, da Sivananda a Yogananda), lo yoga si è reinventato. Ha incontrato la cultura del benessere, la psicologia, l’estetica del fitness. Ha guadagnato popolarità — ma ha perso profondità.

Un recente sondaggio globale ha mostrato che la maggior parte delle persone inizia lo yoga per ridurre lo stress, diventare più flessibili, o migliorare la salute. Tutti obiettivi validi, certo. Ma la spiritualità? Raramente è tra le motivazioni iniziali. 

Come riportare l’anima dello yoga nella pratica

Sarebbe anacronistico pensare di praticare oggi come si faceva 3.000 anni fa. E non ho l’arroganza di voler insegnare niente a nessuno.  Ma forse può valere la pena spendere pochi minuti della propria pratica per integrare consapevolmente un po’ più di spiritualità nel nostro yoga quotidiano anche senza trasferirsi su una vetta dell’Himalaya o imparare il sanscrito. Qualche idea?

  1. Iniziamo con un’intenzione (Sankalpa)
    Non pensiamo solo a “fare bene” una posizione. Piantiamo un seme nel cuore: gratitudine, pazienza, perdono, forza. Lasciamo che sia l’intenzione a guidare il nostro movimento. Lo yoga inizia dentro, non fuori.
  2. Raccontiamo una storia
    Portiamo con noi un pezzetto di filosofia sul tappetino: un sutra, una frase della Bhagavad Gītā. Anche una sola parola può aprire spazi nuovi nella nostra mente e nel nostro cuore.
  3. Respiriamo consapevolmente
    Il prāṇāyāma è il ponte tra corpo e mente. Bastano pochi minuti di nadi shodhana per cambiare la nostra energia. Non lasciamolo ai margini: integriamolo nella pratica, come parte essenziale del viaggio.
  4. Cantiamo (anche solo in silenzio)
    Un mantra semplice come So Ham (“Io sono Quello”) può accompagnarci come un filo d’oro. E il classico Om ha il potere di unire cuore, mente e respiro in un solo istante. Cantiamo se ci va, oppure ripetiamolo interiormente.
  5. Concludiamo con uno Yoga Nidra
    Il rilassamento finale non è un lusso. È il momento in cui tutto si sedimenta, si integra, si trasforma. Possiamo aggiungere una breve meditazione guidata, un esercizio di consapevolezza o semplicemente restare in ascolto. Anche cinque minuti possono fare la differenza.

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